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Rocca di Sparafucile

pare inoltre che una moderna tradizione popolare gli abbia assegnato anche il dimenticato nome di “Castello degli Zingari”.
Per secoli difese l’accesso al ponte di San Giorgio e quindi alla città, ma sono ancora in larga misura misteriose la sua genesi, le sue trasformazioni e persino parte delle vicende moderne; quello che oggi pare un pittoresco fortilizio, in parte ammantato d’edera e segnato dal tempo, è il frutto di una lunga stratificazione d’interventi. Chi l’osserva volgendo le spalle alla città distingue tre corpi di fabbrica, di altezza crescente da sinistra a destra, l’un l’altro uniti. Quello più vetusto è la massiccia torre a destra, di pianta rettangolare, con rade finestre e feritoie nelle facciate; i due edifici merlati sorti a ridosso sono aggiunte più tarde.
Per taluni storici la rocchetta sarebbe sorta nel 1370-72, assieme alla cinta muraria del borgo di San Giorgio che concordemente si data agli anni di Ludovico I Gonzaga (1370 circa); per lo più si ritiene invece che il corpo più antico della rocchetta, la torre, sia posteriore al 1417. In quell’anno difatti, stando al cronista settecentesco Federico Amadei, ne sarebbe stata posta la prima pietra, ma l’edificio sarebbe giunto a termine nel 1443. In realtà, già un documento del 1414 attesta l’esistenza tanto di una “turris porte Sancti Georgii”, quanto di una “porta rochete Sancti Georgii”, evidentemente in essere. A quella data, chi avesse voluto accedere al ponte superando lo sbarramento, avrebbe dovuto esibire come contrassegno “due partes unius cogali nigri, longi et riangolati, incalcinati ab uno latere” (“due parti d’un ciottolo nero, lungo e triangolare, scialbato da un lato”), come attestano i documenti dell’epoca, in un latino non proprio “ciceroniano”.
La rocchetta è oggetto di lavori nel 1458-59 ed è immortalata pochi anni dopo, minuscolo particolare, nella Morte della Vergine di Andrea Mantegna, del 1461-65 (Madrid, Museo del Prado). L’eminente grado di realismo del Mantegna sarebbe la massima testimonianza dell’aspetto della torre al 1465: robusta e tozza, alta poco più d’una volta e mezzo la sua larghezza. Di fianco vi passava la strada che da Est conduceva in città; su un tratto di questa strada sorge il corpo centrale della rocchetta, il cui prospetto verso la città, con due finestre bifore e merlature sopra l’arco d’accesso, ha oggi fattezze proto-rinascimentali alquanto sospette. La cinta muraria di cui la rocchetta era parte venne abbattuta nel 1808-10, durante un effimero governo napoleonico. All’interno del corpo centrale, un’epigrafe ricorda un restauro del 1863, quando le sorti del Mantovano oramai pendevano contro gli Asburgo, cacciati tre anni dopo. Gli Austriaci vollero rafforzare la struttura difensiva, che perse la sua funzione militare allorché Mantova entrò, nel 1866 appunto, nel Regno d’Italia. Dopo una lunga fase di abbandono, i restauri della struttura principiano nel 1970 e nel 1975 essa è trasformata in Ostello della Gioventù; nuovamente abbandonata negli anni Novanta, è nuovamente restaurata nel 2010.
Negli anni Settanta durante i lavori emerse il tracciato della strada originale – con l’acciottolato e il trottatoio di granito – e furono realizzati importanti interventi sulle architetture. La torre fu sopraelevata con quattro corpi angolari posti sopra una fila di mattoni a coltello che segna la quota originale: si ottennero così quattro vaste aperture, coperte da un tetto moderno. Furono rimossi gli intonaci, che nascondevano la sofferta stratificazione architettonica: sono così oggi visibili l’originale forometria e persino, nel corpo a nord, tracce di una scarpata, forse pertinente a una precedente fortificazione poi demolita.
È solo nel XX secolo che l’ideale ambientazione del terzo drammatico atto dell’opera verdiana viene identificata nella rocchetta in parziale rovina. È possibile che le scenografie di Giuseppe Bertoja abbiano condizionato la novecentesca sovrapposizione del fabbricato all’“osteria di Sparafucile”, certo anche a ragione dell’arco d’accesso e della collocazione sulla “deserta sponda del Mincio”.
Stefano L'Occaso

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